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Occhi di brace sull’odore dei motori accesi di notte nei garage

Salvatore Ferranti

Occhi di brace sull’odore dei motori accesi di notte nei garage
Potrei perdere di vista un altro giorno o due
e immaginare intere valli senza rischi sui passaggi,
per poi chiedere ai rancorosi fazzoletti intrecciati
di speranze autentiche e corde allegre al bacio di primavera,
bandire vessilli e giocare all’alba a chi s’inventa diverso
ai margini di piazze sempre più presenti ai vicoli;
improvvisare discorsi sul perché la guerra non sia finita prima,
lamentarmi di esempi poco nobili, farmi prendere
dalla manie di lanciare scarpe contro le porte chiuse.
A pensarci adesso che il cielo si è riempito
di una cappa che sa di sale e fiato sui comignoli
ostaggi di povere creature senza spasimi,
ti potresti anche sistemare a mo’ di regina alla foce
e divertirti a fare su e giù dalle scale di ferro.
Saltando a conclusioni di rammarico
alla stregua di una freccia indurita dalla stanchezza
di passeggiate su muri di cui nessuno sa niente,
ad ingannare i turisti della domenica mattina
con le braccia tese verso quel che rimane
del bianco lassù in cima, o imparando
il silenzio da chi non aspetta maggio
per rovistare tra il ciarpame dei panni invernali.
Fa già troppo caldo per pensare di poter ridiscendere
di qualche altra spanna la collina dei padri
e delle sorelle eterne; cosa sarebbero in grado
di dire di noi gli infausti gesti abbandonati sui rami bassi
dall’incuria che avevamo scambiato per gloria eterna?
Credi negli strappi ma pretendi che qualcuno
di buon cuore ti riconosca lo stesso e ti auguri
di non arrivare mai seconda. Eppure i circoli
continuavano a smarrirsi dietro favole infinite,
e la sostanza dell’accento che si tramuta
in facile memoria di quando nessuno dei due
stava meglio di quei poveri fiori
infilati a croce a ricordarci che essere forti
non vuol dire quasi mai avere vinto la partita.
Occhi di brace sull’odore dei motori accesi
di notte nei garage. Come nei film
sull’andata e ritorno delle agonie adolescenziali.
Un connubio perfetto.

Con le mie ancore brune che non hanno
mai raggiunto punti fermi e si agitano
nel sonno, a minacciare distrazioni innaturali
tra le barriere di antichi bordelli
con l’intemperanza degli assassini più crudeli
e lo sporco delle scarpe che si intravede appena sotto i pantaloni.
Non c’è percorso più leggero e fragile,
anche a volerci ragionare per mesi,
con la paura che ti prenderebbe ai polsi
e quell’altra storia scura che non sei riuscita
ancora a partorire. Sembra quasi che le brecce
facciano a gara per investirti di energie pulite,
per poi inventarsi le scuse più oscene
al calar di un nuovo digiuno. Una scultura
alla rovescia quasi, con lunghi capelli sulla faccia
e abbracci di marmo arrotolati a simular pugnali
di ferro deformato da graziosi signori della discordia.
Mi verresti incontro se non ci fosse quest’aria
di macello intorno, ed io fossi bravo a rendere presentabile
anche solo uno degli intagli con cui provo
a confrontarti da giorni; ma sono gli anni
a contare i danni subiti e lasciarmi immaginare
le spese sui contorni e la falsa indifferenza dell’impresa.
Con versi che sanno sempre meno
d’amore inascoltato sui sedili in pietra
che abbiamo scordato di segnare sui fogli
e la fantasia che nonostante la lentezza
della carta continua a ripetere lo stesso ritornello.
Quasi in rima baciata, per darci l’idea
della fine annunciata. Sull’umido
che non sa che farsene delle tue tristezze
ma ti difende ancora, come fossi io
il genio del male e tu sua figlia.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 29/04/17 | 806 letture |

 
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