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E chi se ne accorgeva faceva finta che fosse settembre

Salvatore Ferranti

E chi se ne accorgeva faceva finta che fosse settembre
Vista da fuori è tutta un’altra cosa:
sembra grigia andando a sud
e non ha chiavistelli sui portoni;
anche se è solo un cenno a volte,
e le stanze diramano lingue di fuoco
come fossero marchi di fabbrica
da imprimere sulla gloria ancora liquida
delle infinite discendenze. Un parto
che deriva dal grano, quando l’estate
è lontana mille miglia e i vecchi apparecchiano
tavolate per gli ospiti alle finestre;
e quando ti parlavo di sorrisi tirati a forza
e languori senza fine ad un centimetro
dall’acqua che bolle, tu rimanevi in silenzio.
Ottantuno minuti dovrebbero essere sufficienti
a far risalire la brace fino all’occhio del grande albero,
nodo fisso dei nostri incontri dimenticati.
Perché l’epoca che più ci attrae
è una goccia via via più distesa,
e simula il mare asciugandosi appena
nel sottile strato che ci attraversa entrambi.
Se pensi a quanta fatica ci è costato
navigare a remi solo per vedere le città
farsi vermi illuminati e poi sparire nel buio,
e quanto spasimo nel tentativo di risultare
di nuovo vivi all’ombra vaga di un tempo
che si avvicinava piano, quasi per paura
di un danno irreparabile sulle nostre povere
teste chiuse a catena su caterve di orbite saltellanti!
Urla spaventose, a volte l’affanno dei respiri soltanto.

E allora racconta: chi ha vinto ieri?
Io al solito salvo le dame, tu gli ostelli
che si aprivano agli stranieri, con le coppe di legno
e l’erba marcia che bruciava nei camini,
insieme a suole di scarpe e incidenti
che alla nobiltà dei tuoi occhi parevano
ciarpame inventato, e poi ossa nuove
sulle peggiori sventure. La pazzia dei vincenti.
Giocavi da sola ed ora sei in coppia
a macinare favole poco prima di una corsa,
a scrivere drammi dalla morale incerta
e a rinnovare saluti a chi ti mette in mano croci d’avorio
per dissimulare l’odio nel saperti
agguerrita come allora. Potresti fermare
la lentezza della discesa se solo ti attraesse
a tal punto l’arrendevolezza di una linea curva
e forse arrestare del tutto l’orgoglio che ci impone
una ripresa sempre più veloce
sul collo corto di chi si dice portatore di pace.
Ma poi ci sarebbe il fruscio delle parole
non dette a farti compagnia nelle giornate
di luna storta e i timori dell’inverno
scivolerebbero fuori campo, più lontano
delle preghiere che nella tua lunga vita
hai sentito solo in sussurri intervallati
dal precipitare di biglie in fiale sottovuoto.

È la passione delle onde a farci rinunciare
ad ingrandire versi e scambiare un bacio
per l’infinito in terra. Il risvolto bieco
di chi alza la testa sulle brume temperate
da noiosi soldati che hanno perso tutto
in battaglia ma si proclamano innocenti;
di notte e di giorno, in mille sfumature
che poi rientrano negli esperimenti di una tempesta
perfetta. Persino le torri agli angoli delle strade
ti aspettano armate. Non c’è paura,
e non c’è ritorno alla clausura dorata
che ci vedeva allargare spazi e riempire
vasche di pesci che nessuno avrebbe mangiato mai.
Faccio un bagno di schiuma, ripetevi ai bambini
che ti vedevano smarrita tra i corridoi larghi
delle case di pianura. Poi arrivava la fine,
e chi se ne accorgeva faceva finta che fosse settembre.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 12/02/18 | 60 letture |

 
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