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E stavolta, se ti manca il respiro e annaspi, il glicine non c’entra

Salvatore Ferranti

E stavolta, se ti manca il respiro e annaspi, il glicine non c’entra
Senza pensare a quanto possa essere banale
il riciclo dell’aria in contesti che non ammettono
equivoci di sorta se non a fine giornata e neanche,
piantiamo i piedi e immagazziniamo scambi;
avremmo dovuto fare più attenzione
al conteggio delle ricorrenze e incassare
i battiti rapidi di certi ricordi,
alternando gocce a diluvi su lampade di pietra lavica,
invece di aspettare di diventare più ruvidi e basta.
Quando finirà la prima scena?, mi hai chiesto ieri,
ed io ti ho lasciato credere di poter continuare
a cantare come fossimo ancora in spiaggia,
all’ombra di piante assassine alte sei metri.
C’erano anche tavolini in marmo rosa,
scale con la bandiera rossa e la gentilezza
austera di una cameriera che non rideva mai.
Se non ti piace, prova a ripercorrere il sentiero
fino all’antico borgo e poi cerca chi ha interrotto
la tua pace. A poco più di un anno dalla scivolata
in acqua, potresti ancora trovare la stazione
e il mulino vecchio, e investire monete d’argento
in fascinosi tulipani dallo stelo lungo.
Dopotutto, non siamo mai stati in secca come adesso.

Eppure brucia da qualche parte ancora
il fantasioso disegno di un’avventura eroica,
trascorsa in cima ad alberi di navi
dalle vele traslucide, in compagnia di gente
poco avvezza alle traduzioni poetiche di livello.
Torneremo indietro, magari anche domani,
se ti affretti a raccogliere gli stracci
appesi sui tramezzi, e hai ancora spazio
sulle spalle per l’ennesima faretra.
E so che non ti verrebbe in mente di lamentarti
delle piccole gioie che da sorgenti sempre diverse
ho saputo donarti. Una faccia tonda
con un paio d’occhi grigi e una fronte
che si è svegliata alta dopo aver sperimentato
il lato oscuro della difesa col fango
che in mesi banali ci arrivava appena alle ginocchia.
Ma che spavento, quando gridavi
che non ti sentivi più i piedi! Sembravi
un’astronauta alle prese con le prime prove
di galleggiamento. Una perdita di sicuro c’è;
ma è anche l’origine del punto d’attracco e allora
ribaltare i segnali potrebbe significare
rientrare in casa senza rimetterci niente.

Per fartelo capire con rapidi esempi
mi servirà una panchina pitturata di verde,
occhiali d’osso senza lenti e una lavagna più grande:
lascerò che il resto si asciughi prima del sangue.
Che hai da guardare? Lanciato contro il sole
c’è un altro esperimento che perde quota
ad ogni tuo singulto. Non è giusto avere paura
se poi non vuoi essere chiamata sopravvissuta.
E ancor meno la correttezza nelle notti
chiare come lingue di mare nello spazio
tra due moli in giornate in cui tutti si sposano
e pretendono strade libere e gelsomini
che cadono sulle frange degli abiti e sui cappelli.
Potrebbe anche essere un lago ghiacciato in fondo,
o un muro di cemento crepato solo in parte,
accanto ad un grande edificio con l’anno inciso
sulla chiave di volta. E stavolta,
se ti manca il respiro e annaspi, il glicine non c’entra.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 29/04/18 | 153 letture | 1 commenti |

 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza il consenso dell'Autore.

 

1 commenti degli altri autori a questa poesia:

«Lunghissima, ma scritta divinamente con periodi ipotetici ben sostenuti, metafore guizzanti e un’ironia dulcamara incantevole!
Molto apprezzata!»
carla vercelli (30/04/2018)

  
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