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Spleen d’una Sera di Autunno

Massimiliano Zaino

Ho freddo; e tace. Tace il vespro inquieto,
le ombre del vento su’ i pioppi difformi.
Tace il proscritto Sogno. Tace il Sole
che crolla. Tace
l’eco perenne de’ i singhiozzi amari,
le orme della bipenne. Tace il labbro
di Ebe, che si protrae in silenzi oscuri
per ogni Notte.
Tace il destriero che porta le lettere
nelle Tempeste de’ le prime nebbie
a’ il piè del nuovo novembre. Tace anche
l’alba che viene
appena dopo il regno de’ le larve.
Tace il fiore al cospetto della pieve
per la campagna; tace lo sbadiglio
di ombrosi campi.
Tace la dissacrante processione
egizia degli íbis per le ripe
che bruciano di paglie. Tace il cieco
oblio delle anime
del cimitero. Tace il tuo occhio. Tace
il sopraciglio del pallido Autunno
che ami con me, Ebe. Tace la pianura
qui sonnolente.
Tace all’altare la spogliata croce,
l’ostia che maledice e mi condanna.
Tace l’Eterno. Tace la marmorea
statua de’ Santi.
Tace il teutonico animo di un cuore
sotto spoglia mentita. Tace il Fato.
Tace Proserpina al suo orbo Plutone
pria di dormire.
Tace il singulto del Tutto profano
che piange e grida per questi suoi sferici
orizzonti morenti. Tace un urlo
che è tanto forte
per essere sentito da una stirpe
figlia del fango. Tace il frutto antico
del Male, il loto sopra il seno di Eva.
Tace la Gioia.
Tace il represso Desiderio. Tace
quel capello piangente d’un bel salice
che attende la perizia di man druidica
a far corona
per le bare de’ i Sogni. Tace il fosso
che a’ neri sguardi ti sta dianzi e a’ fosche
fiammelle del Tramonto. Tace il fumo
del campo in preda
dell’igna falce de’ il mietitor. Tace
l’Arbogna che fa il conto delle impronte
e de’ passi che sente. Tace il corso
del prosciugato
mare delle risaie. Tace il mosto
che avvelena i miei istanti di pensieri
sommessi. Tace l’airone che cerca
l’ultimo seme
di riso. Tace la Natura insonne
nel suo autunnale sepolcro inumano
che in mano porta i teschi delle vittime.
Tace la Vita.
Tace la rimembrata Luna al vecchio
incontro. Tace l’Estate trascorsa,
annientata al svanir di queste maschere
sognanti. Tacciono
i nostri cani, le nostre vie, il mio
sepolcrale giaciglio derubato
de’ lumicini. Tace la tua mano, Ebe,
il tuo pugnale.
Tace il respiro del mio sonno inquieto
che gela l’ossa e pietrifica il sangue
animato dagli incubi feroci.
Tace il tuo labbro.
Tace la tua vendemmia, la tua danza,
il tuo sorriso che riempie le coppe
di ebbro veleno. Tace il fiele amaro
che sale in bocca.
Tace il nettare dolce delle rose
che appassiscono presto a dare spazio
a’ crisantemi. Tace... Tace il vespro
della mia steppa.
Tace l’Anima amica d’una viola
sopravvissuta alla fine d’Estate.
Tace il dipinto d’una Madonnina
su un vecchio muro.
Tace la siepe del parco ridente
dove i bambini giuocan con l’assillo
de’ compiti sgraziati. Tace il ferro
di ampi cancelli.
Tace il cane da caccia quando passo
vicino. Tace il cinguettio di stormi
fuggenti. Tace l’erba che calpesto.
Tace dovunque
la compagna ombra che trascina pena
selvaggia e ascosta lungo il mio cammino.
Tace... Tace un responso. E questo Eterno
non m’ha a pietà!
Tace il tuo sibilo amico nell’attimo
in cui ti sogno, dardo di Dea. Tace
la tua bocca schioccante orridi oblii
del tuo silenzio.
Tace il tuo crine di Notte splendente
con la Luna di tue belle pupille
che sognano nel giorno. Tace il tuo
vestir pesante
lane d’Autunno. Tace la irrequieta
tua pièta di fanciulla che non sa
i duoli del Pöeta. Tace il Cielo
con i suoi Ángioli.
Tace l’edera fulva de’ il vegliardo
giardino. Tace l’ululato canto
de’ levrieri pe’ i corni della caccia;
e taci tu,
che non ti mostri e non rispondi a’ cenni
del tuo cantore. Tace il tuo respiro,
la tua parola sussurrata. Tace
il tuo bel volto
co’ tuoi capelli raccolti sul morbido
candido collo. Tace il tuo mento, o uva,
che spremi i vini de’ i rimorsi estivi
e della Sorte.
Tace l’onda che va e si perde altrove
de’ vicini ruscelli. Tace il lezzo
fangoso degli stagni e delle tife
che putrefatte
volgono l’ultimo addio al Sole. Tace
la chiesetta di Santa Maria,
il suo vïale spogliato di foglie
cadute e secche.
Tace il marziale campo ove i fanciulli
si rincorrono lesti. Tace il pioppo
che adombra i loculi al cimitero, urlo
di atroci pene.
Tace questa sperata e grazïosa
dedita bocca a’ melliflui responsi
che non mi giungono ancora nel vasto
e freddo Autunno.
Tace la pazïenza nelle vene
del cuore che mi distillano noie
d’attese sempiterne e funestate.
Tace la panca
ove mi seggo, aspettando il rumore -
forse - de’ il passo tuo. Tace il sogghigno
de’ l’orizzonte che nella sua Notte
or mi divora.
Tace dovunque il tuo sembiante bello,
l’impronta del tuo cuore portentoso,
o Ebe. Tace il tuo guardo. E allor m’è regno
enorme silenzio.
Spleen d’una Sera di Autunno

Massimiliano Zaino | Poesia pubblicata il 23/10/18 | 186 letture |

 
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