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E la fantasia che ti fa credere già fuori dal guado

Salvatore Ferranti

E la fantasia che ti fa credere già fuori dal guado
Nel grigio di una pennellata storta, data con tocco severo
da un artista dal baffo sottile, ma anche tra le striature
di fango che a volte sui muri delle vecchie case
concedono sfogo agli occhi di chi cammina per la campagna
ma non troppo in fretta, riconosco un disegno
che mi è familiare, e che risale al tempo in cui
non c’era alcunché di solido, a parte il fieno
accumulato nelle stalle e il pane che non aveva
mai il tempo di diventare duro. Se mi fai compagnia
ti posso spiegare, e poi magari arrivare in fondo
alle damigiane dal vetro spesso, ricordi quel verde?
Spesso era rivestito da una specie di tunica
di tela grezza, o dal paziente intreccio di corde
giusto un po’ schiacciate. Sopravvivremo anche noi,
se di notte non ci faremo mangiare.

È quanto mai prezioso lo scavo a mano
fino allo squarcio sulla terra arcigna,
che ad ogni colpo fa di tutto per trattenere le zolle.
Cos’è cambiato allora, ché anche la voce
che mi arriva è diversa, e il sapore
delle passeggiate al chiaro di luna
sono rimaste appese insieme alle ruote
di una macchina in cui non entrava la quinta,
e dov’è finito il resto del discorso?
Alla pace chiediamo tutti un briciolo di regno,
e una deviazione resa importante
da una mossa ambigua dell’ultimo momento.
Siamo in due, ma potremmo essere in cento,
se poi a raccogliere il filo perdiamo anni
e anche se ci teniamo per mano
al cadere di un braccio ci riconosciamo a stento.
“Vira, vita!”, gridava il marinaio, ma tu dormivi
e io ero ancora una massa informe
che respirava al tuo fianco. Mi chiamavi amore
ma solo perché le altre parole ti erano sconosciute,
alcune d’impaccio, e ti faceva ridere il suono
che faceva la e quando si allungava a dismisura
sulle faccende un po’ seccate dal sole d’agosto.
Non sapevi che quando ottobre finisce
poi inizia la lunga processione che inneggia
solo al bianco. E le maiuscole scompaiono all’improvviso.

Cerco la sedia ancora sporca di quel nettare
per cui soffrivi giorno e notte, e mi sembra quasi
di vagare in minuscoli giardini innamorati
di se stessi; con le porte tondeggianti
e scheggiate ai bordi e le maniglie che da lontano
ricordano la geometria delle stelle su un muro dipinto.
Avrai dimenticato le chiavi, mi dico,
ed è per questo che anche se è sera
mi attardo ancora tra le favole di marmo.
Non mi porterai rancore se mi troverai
disteso, a bocca aperta, ad incidere
piccoli fuochi sulla roccia che sporge.
Sono parole semplici, che anche un bambino
saprebbe mettere a mollo e mescolare,
ma questo non vuol dire che la vita
sia già finita. “A bordo, forza!”,
sussurra il marinaio, e non ti stupisce
quasi più che il suo non sia ancora un grido.
Ha la pancia sporgente, un cappello
che non gli somiglia affatto, sopracciglia ad arco
e braccia troppo magre per tenere il timone.
“Tanto rimaniamo in rada”, mi dici,
come se io potessi capirti. Mi sveglierò ancora,
tra cento anni e un giorno, e sarà lo stesso
uomo scuro a chiedermi di salire sulla nave.
E tu? Vergine di paradiso, ad annaspare
tra reti impigliate sulle sporgenze del ponte
e la fantasia che ti fa credere già fuori dal guado.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 24/10/18 | 452 letture |

 
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