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Ma sono anni che disegno sui muri la cattedrale che ci vide scontenti

Salvatore Ferranti

Ma sono anni che disegno sui muri la cattedrale che ci vide scontenti
Della debolezza informe di certi ostacoli
color arancio increspato, che hanno lasciato
la disperazione orfana a raccontare delle nuove ondate
che sono giunte a grappoli di sei o sette,
poco dopo l’accendersi dei lampioni al Corso,
tra l’ultimo saliscendi prima della banchina verniciata
d’azzurro e la rotonda accanto al lungomare vecchio,
nessun marciume ha mai parlato però,
nessuna donna dallo sguardo scuro,
nessuna macchina orba di un fanale, mai;
perché a recuperare quel che di buono
ci siamo lasciati alle spalle sono stati sempre
viatici piuttosto amichevoli, e uno su due
allo scoccare delle cinque. L’aria migliore,
dicevi spesso, è la prospettiva che da est
frange le onde e le spezza in dolce
odor di mandorle, ruvide sulla lingua
e spumose come il latte messo a bollire
sulla lentezza esasperata dei passi che si prolungano
oltre la ringhiera, all’angolo dove una volta
c’era la fontana coi pesci. Se ne vedevano pochi
allora, e i più grossi erano grigi
e non abboccavano mai alle briciole
che piovevano dai bordi come merce consacrata.
Ti piaceva il grattare che ti facevo ai piedi,
quando lo zaino era già pronto in spalla
ma la voglia di insidiare le sirene
sul fuoco della sabbia ci faceva perdere
il senso delle proporzioni, e rimanere in bilico,
alla moda di chi a quei tempi fumava sigarette
di traverso e si lasciava crescere la basette.

Un tondo assoluto, e se ci penso ora
so che domani sarà un occhio diverso
ad accendere il calice fino a riempirlo;
non è la distanza che ci appare
a rendere giustizia di questi sonni eterni,
né l’allegria di sapori che illude i sensi
fino all’abbandono, in piscine quasi
del tutto asciutte. Ci conosciamo appena
ma sono anni che disegno sui muri la cattedrale
che ci vide scontenti. Fuoco alto, a volte appena
un cenno di polvere sulle scarpe, piene a Natale
e già vuote all’inizio dell’anno nuovo;
pace incostante, sulle infinite trazzere
che collegano i pali bassi e le micce,
umide di pioggia mai penetrata negli interstizi.
Un rumore nell’ombra, un animale vagante, e poi?,
prova a raccontarlo ancora di come
fosse maestosa la vita nei tuoi vent’anni,
mai priva dei gesti improvvisi
che ti avrebbero fatto perdere treni
su treni, a volte solo pane secco
mangiucchiato a metà su miseri appoggi di legno.
Torna col gesso in mano,
e una gonna che ti arrivava al ginocchio,
forse un po’ più su, spaventami
con un grido; i capelli che anche
alla pace smisurata di certe sere
non stavano mai fermi, e le mani bambine
che al buio stringevano ossa di olive.
Lascia il mondo delle file ordinate
degli alberi, diserta i viali, stringiti accanto
il silenzio in un cammino a ritroso.
Si potrebbe ancora nuotare a dorso insieme,
fare i morti a galla, spruzzando acqua
dalla bocca e gridando ti amo
a una nuvola che passa.

Non è l’ora tarda, né il quadrato
di terra che ti custodisce a giocare
con l’uomo che sembra entrare
e poi rimane appeso, insieme
alle chiavi nella casetta del custode;
è la luce rosata sui marmi
a rendermi insicuro e triste,
perché ad annaspare giorno e notte
poi si scatenano le prime unghiate
su pelli poco coese, morbide al tocco
ma insignificanti. E invece tu adesso
ti dovresti alzare, andare in giro per i paesi
e poi fermarti all’angolo tra la piazza
e i bastioni della torre grande,
a ricordarmi delle speranze con cui
innaffiavamo gli orti, e le case tutte,
e i rientri a mezzanotte coi motorini stanchi,
e la certezza che l’indomani ci saremmo rivisti
con un ciao che sapeva di mondo appena scoperto.
Allora ti dico: “fatti forza, riemergi!”,
e mentre la gente coi fiori in mano
tira fuori monete e ringrazia sorridendo,
io mi siedo su una panchina e aspetto.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 30/10/18 | 302 letture |

 
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