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Per immaginare un addio senza falene

Salvatore Ferranti

Per immaginare un addio senza falene
È vero solo un terzo dell’arco che si è salvato
dallo scavo dei pirati sulle sorgenti di lava trasparente,
e del buio in cui è precipitato l’occhio pigro
ieri l’altro all’ora di pranzo, della macchina presa a nolo
e la cattiva parte del bilancio a pieno regime
negli scarti dei giorni imbambolati sulle bacheche.
Un rimasuglio. Fa male al cuore ma resisto,
insieme al tuo braccio imbalsamato sul collo,
sciarpa d’annata nel freddo penoso di novembre.
Spari a due passi dal teatro buono, il vecchio
e il banale piegati in lettere da signore dell’Ottocento,
adagiate su pensose poltrone di pelle arancione.
Non lo volevi sentire più, il pianto
malinconico delle regine d’Africa,
e di notte e di giorno bramavi perché dei peccati
di cui avevi ricoperto gli strati meno superficiali
dei ballatoi non rimanesse che l’inevitabile sospetto,
a farti da cavia e cane pastore.
Due centimetri più a destra e poi bang! sei morta.
Un punto, due aghi e un altro crack alla finestra
che non so come ammansire. Solo sei mesi
e se ci pensi è più di un misero raddoppio;
aiutare i poveri non è commedia
nemmeno per gli ultimi, succosi
come fondi di alveare, lontani dagli occhi
spaesati dei guardiani, e anche allora,
magari fosse adesso!, il blu e il giallo
si potrebbero ancora impastare a mani nude,
alla moda degli inventori più curiosi.
Di cose truci, o bambole dalle trecce fitte e fini,
ché ci vorrebbe un angelo a svolgerle
su piani ondulati in una pace nuova,
sospensione di cravatte in tono
piegate in ordine sparso sui letti.

La vendita in circolo allora, le rose finte,
gli incontri alla base di tutti i tragitti,
i trionfi degli assassini dagli occhiali spessi,
e il ricordo come fosse lutto di cui domani
non riuscirai più a fare a metà con chi
ti ammira senza dirti che un altro metro ancora
e c’è l’infinito in verticale. Perché le facce sono stanche
e poi lo sai che quando si ferma il treno
in mezzo alla campagna c’è d’aspettarsi il peggio,
se nessuno ha pensato di mettere a nuovo il giardino
e la macchina che falcia è ruggine in un sottoscala.
Dici che la consegna è alle dieci in punto
ma la bocca dello stomaco brucia, e i pappagalli
hanno imparato a spiegare il senso di una mancanza
che parte da lontano e man mano che s’avvicina
si fa pece sul mento. Martello che più lo chiami
con voce soave e più si riduce al minimo scontro
con le statue sante dell’altare maggiore;
sogno fugace, sulla follia di un uomo che si muove
a scatti, si fa il segno della croce e giura
che prima o poi finirà di girare attorno
alle campane delle chiese. Giochi con un ramo
di rosmarino secco: lo pianti e poi lo piangi
come un figlio morto. Spezzarlo in due
t’è costato uno sguardo oltre il belvedere
della vecchia piazza, e giusto un cenno di resa
verso chi era già più in alto e ti additava con disprezzo.
Finirà come è iniziata, in una serata di tarda primavera,
tra una fermata di autobus e maggio.

Vorrei poterlo congelare, dici, il fuoco di queste paure
e intanto alberghi in muschiose abitudini
fatte d’improvvise andate e altrettanti ritorni
a braccia spalancate, sempre; con dito fermo
indichi il frutto e la radice, e la distanza
che mi chiedi di misurare allungandoti il respiro.
Un mese mi basta!, e ridi. Forse anche tre barattoli
di conserve tenuti lontano dall’umido
potrebbero portare conforto. E se le luci
o sono bianche o sono nere, a quanto equivale
il senso di un’ombra che appare e poi sparisce,
me lo spieghi? Usa il fango, o una pennellata veloce
di vernice che s’illumina e dopo un’ora appare opaca.
Un modo come un altro per tenermi al sicuro
dai lupi, e per immaginare un addio senza falene.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 10/11/18 | 400 letture |

 
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