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In bianco stavolta

Salvatore Ferranti

In bianco stavolta
Sopravvivere insieme ai migliori giocatori
potrebbe essere un’idea vincente in quest’ora del giorno,
da mettere in vetrina a dicembre e ritirare poi,
tra un mese e un anno, insieme ai vestiti
rovinati dall’umidità degli armadi
e alle piume d’oca che in contesti intrisi
di fuochi fatui come questi servono solo
a mantenere in caldo la voglia
di sfuggire ai ladri e alla malinconia
di serate che finiscono sempre allo stesso modo.
Metti un punto fermo, diceva il furfante,
ma mi raccomando: che non sia tondo.
Come appassire allora, senza dare nell’occhio?
Se ti volti, scopri che a rimanere intatti
sono milioni di palloncini mezzi sgonfi,
storti sulle corde a cavallo di altalene
che hanno preso ruggine, pagine e pagine
su cui la considerazione della stagione
che avanza ha disegnato destrieri impotenti
dal pelo liscio e gli occhi scuri, che riescono
a penetrare appena la distanza che separa
un vincolo dall’altro. La rinascita di un impiccato,
al netto di ritenute e altre facezie,
che colpiscono al buio e non si sono
mai curate delle debolezze di chi
non ha imparato l’arte dell’attesa;
nessuno si preoccupa più se mangiano a scrocco
come i peggiori avventori in villaggi
visitati ogni tanto solo dalla sorte,
mentre il rancore nel frattempo lievita
in bolle magiche che si fanno sacco,
accanto al marrone della pineta grande
andata in fumo per lo sbaglio di un cassiere.

C’è una contraddizione nelle tre sfumature
della resistenza che somiglia tanto al silenzio dei pastori
che dormono sotto alberi piazzati in mezzo al nulla
e nel sonno bisbigliano di vecchi torti subiti da amici
che non lo erano poi tanto, e tra una risata
e l’altra litigano per una bottiglia di vino rosso.
Oh, i grandi maestri dello scherzo! Fosse
sufficiente rimanere a guardarti rovistare
tra i rifiuti e vecchie papere di plastica,
e nello sfiorare i tuoi pensieri ritrovare il garbo,
farne farina e mestolo da infilare in pentole ricche
di riso messo a cuocere tra echi più o meno lucidi
e la rincorsa a fare meglio della fantasia
- mancasse domani pure quella, pensa! -,
potresti arrivare persino a credere di avere
combattuto per una vita contro fantasmi
caduti in mare e mai asciugatisi completamente.

Anelli che rosicchiano la carne,
oppure sono larghi e rotolano via,
col rischio d’incontrare storie incomplete
sulla parte che si vede meno.
Ma non è così che ti voglio ritrovare,
anima e sangue, molle nel solfeggio
e priva di spirito sulla povertà delle linee sghembe
sulle gambe, fiacca come una madonna ai piedi della croce;
e nemmeno vorrei venirti accanto per poi accorgermi
che i capelli cui anelavo sono nient’altro
che stracci ridotti a grassi fili d’erba gialla.
Perché il gioco dei mesi freddi non interessa
più ai miei nervi, tantomeno il chiarore
che si era fatto magico nelle distese
ancora impazienti di inizio novembre.
Due bobine a stento, a imitazione
dei cortometraggi in cui nessuno
parlava ma si sentivano strappi e musiche
che tagliavano lo schermo; l’immagine
di una donna che torna da una gita al lago,
con la gonna generosa sui fianchi,
le ciglia lunghe e un ombrellino
che le fa ombra; mentre l’innamorato,
l’aspetta un po’ più in là, tra la folla,
e si diverte a rigirare in aria il suo bastone,
alla moda dei pagliacci. Compare una scritta,
poi un’altra che dice che si sposeranno domani
alle undici, in una chiesetta di campagna.
Dissolvenza che si apre su un particolare
della giacca, a divorare la scena: in bianco stavolta.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 15/12/18 | 631 letture |

 
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