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Perché forse l’amore era quasi sempre di notte

Salvatore Ferranti

Perché forse l’amore era quasi sempre di notte
I guai che non si possono ridurre
in batterie di calmo rigore con un sorriso sbadato
si chiamano patti, e a volte sono più crudeli
di uno sguardo lanciato a spia di un ricordo
da una distanza che ad occhio e croce
non si può misurare; ramati fino a sfiorare
la ruggine dei serbatoi, tanto che da lontano
le strette di mano sembrano lupi famelici,
in gabbie leggere che si trascinano
dietro a mo’ di ammonimento
per i sordi di cuore e altri animali
adulanti in gruppo. Il tuo quaderno a fiori
non potrebbe mai penetrare tanto a fondo,
neanche appesantendolo con una collana
di sassi bucati. E poi, a provarci ancora
a ritrovare le tacche d’argilla asciutta,
in finestre sventrate da colpi di vento
e compagnie più o meno sofisticate
che oltre a bruciare il vetro
infiammano i bordi che dovrebbero
fare da sostegno al ridicolo e al dimenticato,
finiresti col consumarti prima di loro, insieme
al fumo della tormenta di metà inverno.
Se la promessa è infranta,
hai letto sullo scalpo degli avari
del quartiere alto, saranno anni
di fame nera e occhi incapaci
di riconoscere un cerchio fatto bene.
Un quinto di tutta la storia insomma,
e una melodia folk ad infittire il mistero
della tua rinascita in petali
che di grazioso hanno solo i contorni.

Ma andiamo! In guerra, ora e sempre;
e non ti basta ripeterlo a chi ti vede uscire
di casa la mattina, con un rosso che ti dona
più del rossetto con cui ti conobbi a cavallo
di un decennio sacro, in una stanza di sei metri
in cui stare in ginocchio era fatica immane,
e i rattoppi sul muro risucchiavano l’aria tutt’intorno;
l’assassino che cancella i passi non esisteva ancora,
e bastava una passeggiata dietro le rovine
protette dalle reti a farci sperare
in una definizione alta e chiara,
sopra teste che non si bagnavano mai.
Aspettativa banale ai più eppure
pregna di bagliori altisonanti,
come un terremoto improvviso su scarti di farina
che galleggiano su una superficie liscia.

Se puoi amarmi, ululavi al sole,
perché mi abbandoni alla spietatezza
di un saluto che non riconosco?
Lo sai che quando accendo la luce
e non trovo i tre o quattro libri che mi regalasti
divento torva e poi non mi si può più parlare.
Accucciati piuttosto, e non inveire
contro chi non ti capisce, è tempo perso;
e micidiale poi il contraccolpo
una volta svegli del tutto. Rischiara
con la tua voce invece le pareti del dodecaedro
e torna ad impartire ordini come facevi
quando ti lanciavi dalle scale
girando in tondo per poi risalire
con un pallore che sapeva d’eternità risanata.
Avevi un tocco che non era mai leggero,
e che spavento quando dopo le sei
non ti vedevo aprire le braccia
e gridare: mon amour, indovina chi sono?
Erano respiri umidi sulle dita addormentate
e rumori secchi, come di punte di ferro
sulle gambe del letto. Cade lo specchio,
sta’ attenta! Più a destra ancora! Ecco, così.

Un chiodo, pensavo, più grosso, forse due,
ma troppo in diagonale tra sei blocchi
che ad un’occhiata profana parevano
un’armatura definitiva. Ma eravamo noi
il collante invece e la prigione nelle ossa
che si mantenevano larghe per permettere
l’atto estremo dello scivolare in basso,
insieme a orpelli argentati che ci precedevano
di un metro abbondante, rimbalzando sui gradini.
Perché forse l’amore era quasi sempre di notte,
e tu non volevi ammettere d’avermi rubato
il pezzo che ti avrebbe resa infelice.
Ora lo cerchi, e ti pare di sentirlo ancora
appeso al collo, oppure stretto su una gamba,
come quando andavano di moda le gonne corte
e tu ti credevi eroina di un mondo
dove il destino andava e veniva,
piegato in due dalle tue voglie più manifeste.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 26/12/18 | 639 letture |

 
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