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Tu respiri sangue e poi lo sputi

Salvatore Ferranti

Tu respiri sangue e poi lo sputi
Hai fatto tutto ciò che hai visto fare per secoli,
in ginocchio a volte, quasi senza dartene pensiero;
e ondeggiando per le vie del borgo sei arrivata
finalmente al bivio delle fattucchiere.
Un parente tempo fa ti disse
che era un gioco che ti avrebbe portato
a ripercorrere un dolore simile
a quello delle antiche donne di frontiera,
e a te non andava di scavare trincee
a tempo perso solo per dare un colore migliore
alla terra che avevi ereditato per sbaglio.
Ci furono anni in cui non pronunciasti
che le parole “ciao, sono una statua di sale”,
altri in cui nessuno ti vide scendere a patti
con gli abitanti del bosco vecchio.
Un colpo al cuore poi, a fine estate,
e non fosse stato per la sciarpa al collo
e la fretta di tornare a recitare nel teatrino
delle bambole senza fede, ti saresti caricata
di altre mille vertigini, spacciandole per nuvole gonfie
di malinconie che allontanano la morte.
Da lontano si indovina ancora la sera, è vero?
Sì, se arranchi sospesa su un falsopiano come ieri,
insieme ad un fascio di amare medicine;
ti avessero lacerato anche il senso del rispetto
verso le distanze, andresti avanti con meno pena.

Una fatica che ripeti in filastrocche
che nascono zoppe e si arricchiscono poi
di virtù e significati nuovi ogni volta,
costringendo i nemici nascosti dietro le giunchiglie
ad arretrare in massa, e gli altri a rispondere in coro
con frasi di circostanza e rumori sui muri.
L’ultima età mai ha perdonato essere in vita,
e tu non ricordi d’essere stata figlia.
Basterebbe una caduta per riportarti dov’eri,
e senza usare porte farti addentrare in stanze
dove nessuno conosce il senso profondo
di un sospiro che si ferma a due metri dal fondo.
Che ne è stato degli animali notturni
che si ammazzavano per una zampa d’agnello?
Facesse freddo almeno, sotto i ponti di pietra!
Fuoco, e poi solo cenere ti vengono in mente,
mentre ti spogli davanti a un mezzanino.

Ti senti dignitosa, per questo salti un rigo;
e nell’ansia di conservare tutto
cancelli facce e ti ritrovi seduta in cerchio
con una fila sghemba di candele
profumate a fare compagnia a formule
che ti si asciugano tra i denti. C’era una scatola
che adesso s’è persa in bilanci complicati;
il raccapriccio che proviene dalla carta
che si colora e poi prende fuoco,
seminando una zizzania nuova, dalle mille spore.
Evviva, oggi è festa!, gridano i bambini
appena svegli. Non sanno che hai passato
la mattinata a sistemare luci e infilare
gocce di spago giallo dove prima c’era
solo una striscia pregna dell’umidità
dell’anno scorso. Ti aspettavi un pianto disperato
e invece scopri che sono loro i primi
a volerti prigioniera. Hai le gambe stanche,
e rimasugli di candore tra i capelli che sono
andati chissà dove, rivelando filamenti
azzurrini che si intuiscono già dalla sala da pranzo.
Ora arriva il latte!, vorresti che si sapesse;
forse lo dici senza accorgertene, e rimani lì,
con un piede su una sedia e l’altro appeso
al bracciolo di un divano, a pensare
che non è ancora arrivata l’ora.

L’amore è diviso, impiccato a un muro
da cui sporge un anello grosso, impotente,
di ferro grezzo. Lo chiami con un nome diverso,
e lui risponde “sono morto, lasciami in pace”.
Ma non è vero, e non ti viene difficile sporgerti
fino a trascinarlo dove il chiarore finisce
e comincia la faccenda seria; in bocca,
gli lasci un segno atroce di vittoria condivisa,
a metà strada tra un bacio che strappa
e una ferita dimenticata da un vincolo rimasto aperto.
Lui guaisce, tu respiri sangue e poi lo sputi.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 28/12/18 | 276 letture |

 
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