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A riempirti i capelli di rose e biancospino

Salvatore Ferranti

A riempirti i capelli di rose e biancospino
La prima a svegliarsi in quella fosca
mattinata di metà inverno fu una magrezza
che veniva da lontano, e non si fermò
fino a che la luce non fu più alta
del sole immaginato il giorno prima;
la finestra era stata lasciata aperta
e non complicò lo scambio dei doni
sopra i cuscini bagnati di sonno.
Poi la musica, le parate in piazza,
gli innocenti che si mischiavano ai parenti,
il va e vieni delle donne in giarrettiera
sopra le motociclette: un oceano senz’acqua,
folle quanto la mania che mi legava
al tuo ricordo. È tutto nuovo, dicevi,
col cuore in gola e la faccia rossa.
Solo se mi tocchi le mani, rispondevo io,
perché questa è la tua città e io mi sento
un carretto fantasma. Infermo anche;
non mi bastava il gioco né la nostalgia
dettata dai rami spezzati sull’interno
delle reti, sotto l’arcata principale
di un ponte da cui si affacciava il prete
la domenica all’alba. C’era chi gettava
fogli di carta colorata e rideva,
chi s’inventava parole curiose da recitare
a mogli dallo sguardo sfatto,
chi brindava con bicchieri di carta
che poi volavano via,
insieme al peggio dei loro discorsi.

Tu eri una voce incostante allora,
spalmata sul cemento di grosse costruzioni
che avevano preso il posto di una vecchia scuola,
ai tempi in cui si pensava
che l’antico portasse sventure e basta.
La verità sulla superficie e poi sopra
le chiacchiere che dividevamo a pranzo,
dopo la visita al cimitero e la raccolta
delle foglie secche sul contorno di profili
che non ci erano mai appartenuti
ma che sentivamo caldi sulla pelle,
a farci mille domande sul destino
e il finale delle corse. Versi allungati,
in rime esatte, a riempire l’enorme spazio
popolato da piccioni che si inventavano
nidi dentro le cappelle e poco altro,
a parte i soliti popolani vestiti di nero.
Il tuo arrivederci alle tombe
si mischiava all’eco fastidiosa
che penetrava da un buco bislacco,
frutto dell’ingegno di un architetto
con un nome che si arrotolava sulla lingua.
Faceva il giro dell’abitato, il vago sentore
di poterci incontrare di nuovo, e poi
si precipitava giù dalle scale, con una furia tale
da lasciarci senza fiato ogni volta.

Corri amore mio, ché il vento è furbo
e ci mette un attimo a risalire!, e chissà allora
i guai che potremmo passare, senza sciarpe
al collo e con i piedi impastati d’acqua
caduta dai vasi e rimasugli di gambi di fiore!
L’incanto non arriverà invano stavolta,
anche se oggi pare ancora un grido
di un pazzo che chiede ai passanti
la cortesia di una sigaretta. Un passaggio
solamente, mai dritto, ma la sua stretta
rimarrà sulle cosce e sulle braccia comunque,
e nell’incertezza nella maniera
di pronunciare la parola distacco.
Un punto d’arrivo senza bandiera,
una base che il sale non riuscirà a penetrare,
l’attracco in un paese di campagna
circondato dal furore di ulivi secolari
e dalla fantasia di chi è abituato
ad intagliare il legno; ti ci fermerai
senza forze in un’ora che ti parrà
essere passata da un pezzo, e ti stupirà
la forma dell’entrata, sospesa su un vuoto
che separa due collinette basse.
Basterebbe una corda, penserai,
o un bastone lungo, a completare l’opera
prima che qualcun altro si accorga
della solidità del progetto in cantiere.
Soffrirai, ma solo per un istante:
perché io sarò già nell’aria,
più forte del ronzio delle api,
a riempirti i capelli di rose e biancospino.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 01/01/19 | 322 letture |

 
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