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Una ferita irrimediabile, oppure la salvezza

Salvatore Ferranti

Una ferita irrimediabile, oppure la salvezza
Facce allegre di gente a spasso,
e non era ancora finita la guerra
nel paese dei dolci sospiri;
nemmeno il tempo di dirsi addio,
su strade lastricate d’aroma di caffè
e insegne che illuminavano
quadrati quasi perfetti,
con un nuovo inverno venuto a travolgere
lampi e valigie in attesa
sul grande arco della città vecchia.
Il divertimento era un prodigio
inaspettato ogni volta,
prezioso più della lingua d’un oracolo sepolto,
lucente sulla parte bianca
e col verso oscuro avvinto al sogno
che avevamo di svegliarci grandi
la mattina presto e assassini di imprese
mai tentate prima; la fantasia poi di vederti
nello stesso posto, con una corona di spine in mano
e lo sguardo torvo, sapeva vincere il disorientamento
estremo e trapassare senza fatica il guado
che separava le nostre incertezze.
Perché, anche se non c’ero quasi mai in fondo,
non era cambiato di molto il senso del discorso.

A che ti serviva dunque, mia signora,
non aver preteso una volta almeno
un palco più comodo, un piedistallo più alto,
per osservare meglio e più a lungo
la caduta del carro menzognero
che se ci pensi era quasi fermo da anni
in cima alla salita delle due fontane?
Costruimmo insieme la base,
poi le ruote, i sedili in ferro,
le fiancate da decorare con fiori
di campo e paesaggi d’altri mondi.
La vita va divorata all’istante,
dicevi a chi ti voleva a gustare il fondo
a capo chino, con l’occhio
che non sapeva trattenere il pianto.
La mano era mia e tuo il coraggio,
e anche se adesso è il vuoto
ad ogni nuova ondata che passa,
non mi azzarderei a dire
che sarebbe cambiato qualcosa
se non fossi arrivata in ritardo.

Un passo oltre quello che più ti piace,
un libro bagnato, una carezza
che trionfa sul mistero del ritorno.
È possibile che ti possa aiutare un gesto
sopra una chiacchiera di strada,
o che a bloccare il corso dei tuoi pensieri
basti una parola soltanto?
Io non so scrivere di gentildonne
dai cappellini eleganti, né sono
altro da chi desiderasti incontrare
per discutere, al riparo dalla pioggia
e dal sole furente, del futuro di tre catenelle
appese alla trave della barriera
che credevi furba e disonesta.
Non era fango ma nemmeno oro,
un bagagliaio intero di cose rotte,
rovinate dal precipitare di eventi
e giovani comparse su automobili grigie.
Avevi fame anche tu, e il bisogno
di rimanere maestra non è servito
a saziare la voglia di barattarmi
con un esserino dalle ciglia dipinte
e le gambe levigate ad arte. Moriremo insieme,
e tornerà il sereno finalmente,
insieme a chi ancora crede negli spettacoli
di natura e negli arcobaleni che portano speranza;
ostacoli fallaci, ingressi di barche,
mare in abbondanza,
postazioni strategiche per soldati
che sono rimasti contagiati ma non lo sanno.

Mi dessi la possibilità di spiegarti
che sono davvero io quello che parla,
inventerei un sistema nuovo senza mai tradirlo,
e non avrei bisogno di fingermi saggio,
né di commettere sbagli per farmi
stanare a metà sera da balordi che sorvolano
le terre che dico di amare da sempre.
Un segnale, solo questo ti chiedo in dono,
ma che non sia tardivo. Un colpo di reni
da lasciare il fiato da una parte
e non farmi invidiare chi nello sforzo estremo
ha saputo rinunciare alle quattro cose
che aveva messo insieme in una vita intera.
Pane, olio, un sorso di vino sincero,
l’innocenza che perde come gocce
che scandiscono il tempo che rimane
su un fondo di porcellana tagliata
in due dallo spavento di un momento.
Potrebbe essere un valico di montagna,
o il solco lasciato da un uomo che corre.
Una ferita irrimediabile, oppure la salvezza.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 13/01/19 | 264 letture |

 
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