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Quando è buio invece scopro le rime baciate

Salvatore Ferranti

Quando è buio invece scopro le rime baciate
Nel tempo audace in cui le giornate
si sommavano come gomitoli
sulle panche delle vecchie sugli usci
delle case di pietra lavica,
e le strade venivano spazzate
da donne e uomini con la fascia al collo,
tu eri una giovane impresaria alta
dagli occhi verdi e fragili,
e chi ti cercava sapeva che ti avrebbe
scoperto sempre un metro più in là,
a sistemare tavolozze su cavalletti
improvvisati per impressionare
le molte anime in fuga dagli affanni.
Quelle più esperte facevano lunghe passeggiate
sulla spiaggia e poi tornavano indietro
per risalire le dune e gridare
un arrivederci che avrebbe lasciato
un’eco immaginaria sulle unghie
dei poveri eredi costretti al ristagno.
Il mare allora! Le navi all’orizzonte!
Non eri ancora nata
e già il tuo inquieto peregrinare
mi strappava angoscia a brandelli
e mi procurava uno spavento
che non ho mai provato ad attaccare al petto.
Rimanesti in voga, anche se
non so dire per quanto; dieci anni,
sette lustri, un millennio?
Avevi due taglie in meno,
un sorriso che non era sventrato
dai rintocchi dei mesi, mani allegre,
pronte ad inventare giochi d’aria
e a chiedere libertà ulteriore
a chi con l’occhio avido d’avventura
ti stava a fissare con pupille di brace.

Erano atti unici, a due passi
da ciò che contava poco e niente,
ma tu li chiamavi episodi imprevisti;
con bastoni presi a prestito
da chalet ancora chiusi
disegnavi lettere immense
sulla sabbia sudata, parole
che viste dalla strada sembravano case;
un saltello che non era mai
il cerchio nel vuoto cui pensavano gli altri.
Tenerezza indecisa, e un desiderio di lotta
che quelli non immaginavano neanche;
perché per resistere allo scoppio delle bombe
ed evitare la furia insensata
degli uragani che vengono dal basso
non sarebbero mai bastate
porte di legno robusto
e finestre rinforzate da colonne di ferro;
l’esempio che ti chiedevo allora è diventato
storia nei lamenti della gente del porto,
braccia che si allargano senza motivo
e dolce ricordo in collane
fatte di niente. Piccole ossa di animali morti,
conchiglie svuotate, un pezzo di filo
e l’opera è pronta. Le fronti aperte e le divise
non sono mai mancate in questa parte di mondo.

La reazione non è quella che ti aspettavi
quando marciasti spedita verso l’ufficio postale,
la mattina in cui ti avvisarono che
non tutti gli assenti sono uguali davanti alla legge.
E quando ripenso alla tua voce, al pianto
con cui volevi urlare “ecco, sono qua,
ammazzatemi pure!”, le mie gambe
nonostante l’acciaio e i contrafforti moderni
tremano ancora e si fanno molli.
Sei una carta che non baratterei mai
con un colpo di fortuna qualunque,
nemmeno se fosse notte da giorni
e mi mancassero tutti i denti.
Si è spento qualcosa (vedi!) adesso,
tra la stanza grande e quella
in cui le tue speranze a volte si piegavano
ai voleri eterni, e non ti restava che pregare
che tutto tornasse com’era,
e le pagine più antiquate
rimanessero gialle ai margini,
a futura memoria dei tuoi capelli lunghi.

Quante volte hai provato a spiegarlo
che non è poi così semplice tagliare sete preziose
e poi chiedersi come impiegare la stoffa rimasta?
Troppe mani curiose pronte ad appropriarsi
delle strisce, dei quadrati e delle forme ad angolo,
troppa vecchiaia non prevista
che non arriva a salire nemmeno un gradino
perché si stanca. Quanto rancore sprecato invano!
E quanto sole ancora da aggiungere
alle immagini incise da secoli
dentro le tombe, quanti tesori
sconosciuti ancora!
Se non sei mai andata via veramente,
e io non sono tornato a domandarti
il senso del nostro folle patto,
chi potrà giurare per noi domani
che l’amore che rimase spaiato
sull’arco dell’amato pozzo
si è mutato in file di alberi
e che le foglie sono i versi
di un poema senza titolo?
La tua bocca mi detta le parole,
e io le ripeto, alzandomi all’alba.
Quando è buio invece scopro le rime baciate.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 03/02/19 | 589 letture |

 
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