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E io ogni volta rinasco diverso

Salvatore Ferranti

E io ogni volta rinasco diverso
Il pezzo che più odio di te
lo canto a memoria ancora,
quando nello strascico di scorciatoie
a tradimento mi capita d’incontrare
il segno della tua pazienza
per le vie rancorose della città vecchia.
Era un gusto tutto tuo d’imbastire case
con furore orientale, e tramutare stanze
e ripostigli in piccoli gioielli
dal piumaggio variopinto.
Penso a certe acrobazie consumate
in silenzio nell’aria di aprile,
all’acqua fresca della fontana
sotto l’albero storto della stazione,
ai giorni che si sono arresi
e a quelli che aspettano ancora
la grande piena che avvince.
Sono di materia diversa
le camminate di adesso,
e anche la moda di girare
attorno agli oratori delle chiese
lanciando coriandoli
insieme ad orecchini di scarso valore.
La dimostrazione dei tempi che mutano
e di cattive scelte fatte quando
la luce del primo pomeriggio
è ormai un ricordo, dicono i vecchi.
Parlano piano, siedono a gruppi,
e quando vanno via la piazza
rimane tomba fino a che non arriva
la ronda a controllare i negozi.

Un briciolo di coraggio in groppa
a cavalli che si lanciano contro ostacoli
fatti di carta e lamiera, con la furia
di chi ha la morte nel cuore e la combatte,
e una magia dal passo lungo che ti riporta
indietro di un anno o due,
poi di venti e ancora dodici,
nel bel mezzo di un teatro
che stava per essere costruito
e pescatori che tornavano a casa
con le carriole piene di seppie
e sudore rappreso in grosse macchie
dalle forme che rimandavano a spettri di paese.
Hai qualcosa nell’anca:
un colpo di striscio mentre dormivi forse,
o un portento che ti renderà
meno saggia quando sarà l’ora
di svuotare le tasche e contare
le monete avvolte in fazzoletti
di stoffa ruvida, a granuli duri.
Odore di ruggine che somiglia
al sangue che esce dal naso
sotto il sole cocente di fine luglio,
o al rumore che facevano le carrucole
dei pozzi quando qualcuno tirava
forte e all’improvviso.
Occorreva olio e grasso animale a manate,
ma non importava mai a nessuno,
perché poi il secchio veniva su lo stesso.
Era il nostro inferno e il nostro paradiso;
la baracca di legno in cima alla stradella
che si faceva ammansire dalle dune
e poi piegava in alto, tra filari di viti
e uomini che cantavano che le donne
più sono giovani e più sono belle.

La matita che imparasti a usare
aveva la punta annerita dal fumo
e il cappuccio di un colore
che ti faceva venire voglia
di correre per i campi fino al punto
in cui le barriere diventavano evidenti
e bisognava strappare un buco nel varco chiuso
e poi fare finta che nulla fosse successo;
c’erano le arance a fare da scudo,
anche quando la stagione era tutta un fuoco,
davanti la collinetta con i tre cotogni,
tua madre quella che insisteva
nello spreco di forze durature
e mani che non si stancavano
di spingersi oltre l’ultimo gradino
della scala a pioli. La marmellata diventava
dura ma occorrevano mesi.

Ora è l’inumano a vincere
tra le contrade frequentate
solo per sfizio; i lunghi muri
lasciano passare i bambini
in spazi che sono diventati
voragini senza sentimento.
Gli uomini tristi arrivano la mattina
presto e rubano pietre e basamenti,
con i tuoi capelli che giocano a fingerti partigiana
in un’allegria confinata in un angolo
di sedici metri quadri, e neanche.
Abbassi le tende di un metro, poi te ne penti,
ma è inutile, perché la pace è piegata
e non vedi quasi più niente.
Ti invidio, perché non dici
“è finita, sono troppo stanca!”,
ma hai preso l’abitudine di allevare
soglie di amore che si sommano
alle verdure messe in fila nel quadrato nuovo,
in vasi sospesi su reticelle di un metallo
che non si consuma;
quando persino la spiaggia si è ritirata
in più punti e ha rotto la strada,
le macchine vanno sempre più veloci
e di quel tesoro che custodivi dentro
la miniera delle fughe
non è rimasto che un lampione
con scritte becere e il vetro
che sta per venire giù insieme
all’impalcatura e al resto dei sostegni.

Mi scrivi che per contenere il crollo
hai inventato una storia perversa.
Io ne immagino un’altra più fresca
in cui non sei mai diventata cenere
e continui a ridere fino a rinverdire
parte delle mie aspettative più lontane.
Continuano a parlarmi di te,
e io ogni volta rinasco diverso.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 10/02/19 | 198 letture |

 
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