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Su un tappeto che non era mai dello stesso colore delle mie scarpe

Salvatore Ferranti

Su un tappeto che non era mai dello stesso colore delle mie scarpe
Non avevi chiesto che un piatto da tre soldi,
in un sottoscala sfruttato da orchi
che mangiavano a sbafo senza darsene pensiero,
rispondendo ti amo però ora basta;
un colpo d’occhio poteva non esserti sufficiente,
se la direzione era quella giusta
ma Parigi lontana mille miglia
e nessuno sapeva più fidarsi della campagna.
Sarebbe stato utile prendersela con chi
aveva stampato il primo atto in fretta e furia
e inciampare nei soliti errori scaltri di battitura.
Un urto contro la carrozza di un treno
mai partito, e nel frattempo?
La pazienza dei vecchi e dei dimenticati,
come sempre. Continuano a chiamarli ladri,
quando invece sono proprio quelli
che stando indietro raccolgono le gocce.

Il vento, amore mio: quello che si arrampica
e fa danni che finiscono in fondo alle orbite
vuote di chi aspetta un cenno d’invito
ma fa finta di essere appena tornato da una festa.
Conquista, distrugge, canta e si dispera,
solo perché non vuole che il tuo viaggio
riprenda domani con più slancio.
Nei mesi più freddi si mette di traverso
e racconta storie che durano giorni.
Eppure, quando si parlava di vita
e di divergenze amare, eri l’ultima a dire
“io mi perdo negli angoli e addio speranza!”
Lo spettacolo delle luci s’imponeva
ma mai con troppa forza, in un allargarsi
con garbo di piani orizzontali e pareti
con carta di trent’anni prima.
Noiosa, umida a chiazze, con una consistenza
che ricordava una bandiera strappata.
Ricomincia a contare piano,
partendo da cento. Salta numeri a caso,
immaginando una corda che si tende e via,
passa e ripassa sotto i tuoi piedi scalzi.

La barriera, ricordi quant’era alta e contagiosa?
Non era il ferro intrecciato in sé il problema,
e nemmeno la fontana che perdeva acqua.
La campanella allora? Il vetro spaccato
su lancette che non cambiavano mai verso,
l’uomo in verde che andava avanti
e indietro coi pensieri persi chissà dove,
i chiodi sui binari, il vecchio stabilimento
che stava per cadere a pezzi, la fabbrica
di porcellane col tetto sfondato, la curva
che più andavi avanti e più sembrava lontana?
C’era qualcosa di morto sul balcone interno,
dietro i vasi sporgenti e le begonie;
giovane, dai capelli chiari, si muoveva
a stento e non gridava mai, perché già
non aveva voce. Tu eri la madre e la figlia,
quando scendevi di corsa le scale
e ti fermavi a succhiare un fiore dal gambo
tra le antiche macerie fatte di ferraglia
abbandonata in un campo che aveva trovato
la forza di riprendere fiato. Ossa di animali
rimaste incastrate tra le sporgenze,
cabine cieche, la ruggine e il sale
su vecchi respingenti; una bambola
che salutava il mondo da un finestrino
lasciato mezzo aperto dall’ultimo abitante.
E la frontiera nuova? La cerchi ancora, lo capisco,
in un’invasione di cavallette che si è fatta mistero buffo,
ripresa di un passo divenuto negli anni camminata lenta.

È uno spavento che mi tiene a bada da vicino,
con la gentilezza di un suono di chitarra,
procace più di una pin up degli anni d’oro.
Armonica, ma solo quando decide di essere generosa
e non produce maledizioni e vacche che si reggono
in piedi a stento, oscena quanto basta
nelle prime controfigure dove apparivi
in rapidi fotogrammi che preludevano al bianco.
Diva anche tu, regina di un tempo senza croste,
salutavi a mani aperte e poi andavi via,
su un tappeto che non era mai
dello stesso colore delle mie scarpe.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 23/02/19 | 296 letture |

 
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