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Punte fini di unghie e di coltello

Salvatore Ferranti

Punte fini di unghie e di coltello
La mania era sempre quella:
fotografare portoni al tramonto
e cespugli secchi che rotolavano a valle.
Eri felice, ma solo quando
il sole era basso e spingendo
con le mani a coppa
riuscivi a farmi scivolare lontano
dalla vendetta che tenevo in serbo
per le malinconie prive di mordente.
Amavi il legno tenero, sconnesso,
i segni impazziti sotto i chiavistelli,
i baci scavati da dita infelici
e punte fini di unghie e di coltello.
Con una curiosità che non ti invidiavo
allora - figurati adesso -, aspettavi la luce giusta
e ti mettevi in ginocchio,
con la macchina fumo di Londra
sopra un muro che pareva dipinto,
e se ti capitava di invecchiare prima del tempo
era solo perché la mattina
ti svegliavi tardi e non sapevi inventarti
una scusa decente a chi ti chiedeva
“ehi bambolina, perché non mi dai il buongiorno?”
“Sono accesa ma mai del tutto”,
rispondevi con un sorriso che sapeva
di acqua di colonia e rami divelti.

E t’incendiavano dettagli estremi,
maniglie e cuore soprattutto,
che scambiavi per banconote e oro falso,
ossa rimaste in mano troppo a lungo,
gocce sulla pelle tesa di un trampolino;
colpo d’occhio incomprensibile
a chi veniva in paese solo
per cercare gomitoli di lana antica
e trattorie a buon mercato.
Li chiamavi spasmi disarmonici,
e non erano mai viaggi
improvvisati solamente
per colpire l’immaginazione
di povere operaie che a fine turno
prendevano il sole sul molo dietro
il vecchio stabilimento di liquori.
Colpi di cannone a salve,
bigiotteria inutile, barriere frangivento
su colline fatte di sabbia e ferro piegato.
E potremmo ancora recitare le parti
dell’uomo che giura amore eterno
e della poetessa maledetta
che per non rispettare gli impegni
infila la testa nel forno e addio mondo.
La marmellata di fragole andata a male,
come tutto il resto nella casa
che facevi finta di adorare,
in schizzi che erano immagini
adatte ad essere esposte in gallerie
di signorotti col sigaro in bocca
e la pancia sempre in tiro.

Giusto un terzo di preghiera,
se ci credi ancora, e pazienza;
era l’approdo sperato
ma anche la partenza dei calcolatori voraci,
sotto l’onda lunga che faceva da traino
a un paio di amici che a distanza di giorni
erano ancora scontenti d’aver festeggiato
il crollo dei piloni tirati su dopo la guerra.
Un numero tondo potrebbe distrarre,
che dici? Dal perderti insieme a madri
che nonostante il gelo dei mesi
cercano ancora figli e nipoti
e abbracciano fili sottili
che tengono in tasca, con la severità
che contraddistingue gli esseri coraggiosi.

E non sarebbe nemmeno tanto chiuso
poi il senso dei rientri in punta di piedi
e il collasso sulle gambe del piccolo
oracolo che custodisci nell’angolo blu
della stanza più vicina al fuoco,
se stessi più attenta a dove nascondi i colori spenti.
Un altro giro a vuoto, poi un allungo di fioretto,
proprio là, dove è più molle il petto.
Hai provato a rintracciare le mie intenzioni persino
nei nomi dei santi più facili da ricordare,
nei titoli dei libri che avevi dimenticato
in cassapanche miracolate dal destino,
ma erano altri tempi, più grassi e generosi.
Ora non sono che rapido tepore
e terra rasata dal vento,
e non potrei iniziare ad usare di nuovo lenti
in grado di rendere acrobazie selvagge
i tuoi movimenti sulle radici,
se i mostri sono sempre quelli
e continuano a tagliare capelli senza guardare.
Cosa c’è di più vano del raccogliere
ciocche a caso e poi mettersi a cantare
che la vita è una meraviglia perché si scioglie?
Il lamento di un pellegrino forse,
o il più pianto di chi è solo
e non riesce più a chiudere
in un abbraccio la sua ombra.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 04/03/19 | 308 letture |

 
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