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Un geroglifico quasi, su un inciampo di pronuncia

Salvatore Ferranti

Un geroglifico quasi, su un inciampo di pronuncia
Le parole esatte vengono a frotte,
a primavera ormai spacciata e bum!:
cantano di quando la vita era uno scampolo
d’armonia e disperarsi dava frutti
che duravano un giorno. Con cori da stadio,
urla di padri zoppi in mezzo al luccichio delle saline,
ma mai tutte insieme, per carità!
Le vecchie attorno al braciere
erano invidiose più di adesso
e non temevano i morsi dei contrattempi
che si precipitano nel cielo chiaro
dagli altari delle chiesette di campagna.
Quanto ai lacci e alle catene
delle solite salite che ingrassano le speranze,
dicevano a chi passa e non saluta
che non avevano mai visto catapulte
più assassine. Ossa magre che resistono
alla disperazione di cadute previste,
ne sono testimone da quando avevo
la bicicletta con le carte a rimorchio.
Più mordo il freno e più sembra lieve
il respiro che mi rimane dentro.
C’eri anche tu, al seguito di un uomo
con la barba che sistemava orologi
e motori di macchine addormentate
nel fondo di magazzini dal tetto incatramato.

La giusta determinazione, ne sono persuaso,
e lascia perdere quello che non va ancora adesso;
i saloni che raccolgono polvere,
i grandi mestieranti che ci vorrebbero
al vertice di graziosi miracoli di provincia,
i ragazzini che si spacciano per artisti di strada
e ballano in gruppo. Le trazzere erano una vittoria
che nonostante i sentimenti smussati
e le favole che si perdevano in dettagli
sempre più sofisticati, avvicinavano il crudo
di una civiltà in declino al segno
di frenate lunghe sull’asfalto,
e la piazzetta in fondo al viale
col suo balordo era un’immagine in prospettiva.
Di sogni che brillavano, di acque che non avevano
bisogno di canali di scolo, di braccia
che si affacciavano da un ponte e pulivano
l’aria con niente. La tua tenerezza che non riesce
a concentrarsi mi commuove. E se ti cerco
ancora è per correggere di nuovo il tiro
e inventare per te un corso che proceda lento.
Un passo placido su una terra dura
e avara quanto basta per non farti invecchiare
troppo in fretta. Mi chiedevi un giro slegato
e io sapevo ascoltarti allora, mentre adesso
non sono che un suono che si riproduce
quasi in automatico. Una registrazione
che non diverte né spaventa.

Non ho più l’odore del gesso tra le mani,
vedi?, non riparo più il fondo dei forni.
Perché sono fiacco, non ho le gambe
che si ritirano a comando e non so
imitare il riccio quando viene
colpito da un bastone ricurvo.
Ridere ma a pugni chiusi,
nel fondo di una lenza di vigna
con un’altalena senza alcun sostegno
e grosse formiche rosse
che si arrampicano sulla corteccia
di un gelso cresciuto storto. Tutto qua.

Potresti salvarmi, sporcandoti
appena le braccia e i nervi del collo,
ma non ne hai il coraggio;
i verbi desueti e il verde delle monete
mai decifrate ti riparano dall’onda
di piena prevista per le cinque della sera.
Dici “era ora!”, ma hai gli occhi amari
e se ti specchi in chi ti si avvicina
è per il piacere di ascoltare un difetto
riflesso in maniera dolce,
senza il clamore di chi si ribalta
col sole che pende a piombo.
Ti alzi che fuori l’aria è ancora cenere
e fai finta di scrivere trattati
sul destino della specie; e mentre
da qualche parte un bambino si sveglia,
tu ti accasci su un nodo cresciuto
a dismisura, e senza alcun privilegio
di rimanere a lungo un’eccezione
al prossimo giro di vite stabilito dall’alto.
Lo chiami e ti capita di usare un nome troppo lungo;
un geroglifico quasi, su un inciampo di pronuncia.

Salvatore Ferranti | Poesia pubblicata il 19/03/19 | 78 letture |

 
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