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Evanescenza

Rosario Salvatore Di Modica

Da giorni non mi sento molto bene,
in verità non so che mi succede;
non che mi importi, prendo come viene
la vita; tanto a tutto Dio provvede.

Io sono stato sempre un ottimista
al punto che il colore preferito
è il nero. So che il mio punto di vista,
lettore, può lasciarti sbigottito.

Eppure si ci arriva col riflettere;
riflette appunto il bianco ogni colore,
il nero li fa suoi: vuoi dunque mettere
la calda oscurità e il freddo biancore?

Stamane, come sempre, lì a sbarbarmi
costretto ahimè a guardarmi nello specchio;
da lì comincio già a preoccuparmi
e non perché ogni giorno mi fa vecchio,

ma vedo la mia immagine riflessa
un po’ indistinta, forse un po’ sfocata,
come se innanzi agli occhi fosse messa
una cortina o lastra smerigliata.

In quel momento non ci faccio caso:
sarà il vapore, il vetro che s’appanna,
e un po’ mi rassicuro; non persuaso
per tacitare il dubbio che mi danna,

lo tergo eppure, orrore! Sempre uguale.
Mi vesto ed esco, scuro ed arrabbiato,
il muso lungo; e in cuore quel pugnale.
Incontro gente; sempre desolato

osservo che mi passano daccanto
senza notarmi, quasi ad ignorare
la mia presenza: qual pauroso incanto,
inizio lentamente a realizzare:

sto scomparendo! E senza che lo voglia,
invece di tremare di terrore,
quasi bramo il varcare questa soglia
e suscita più pace che stupore

pensare quanto fosse evanescente
e priva d’interesse e di sostanza
la mia presenza al mondo fra la gente.
In fondo di soffrire ne ho abbastanza;

eppure non capisco che succede;
oppure forse, sì. Ricordo ancora,
il cuore di chi ama nulla vede
se non il viso in cui lui spera e adora;

quando ero insieme a te il mondo intero
facevasi sbiadito e immateriale:
e niente più contava od era vero,
persi i confini tra il sogno e il reale.

La ruota gira e il vento cambia rotta;
ed è il mio turno ora di sparire.
Inutile lagnarsi oppur la lotta:
in fondo ciò che inizia va a finire.

Eppure qualche cosa mi consola.
Ti ho sempre rispettato in ogni modo;
per me sei stata l’unica, la sola;
nella tempesta quel sicuro approdo;

e fino in fondo volli compiacerti.
Tu mi dicesti: "più non mi cercare,
dimentica che esisto"; abbandonarti?
No! L’ amor mio per te sovrasta il mare!

Ma vedi, il tuo comando per me è sacro,
e dunque non mi resta che obbedire;
ma se non è passione, è simulacro,
e lieve mi sarà questo sbiadire.

S’annulla sempre più la mia coscienza,
non riesco più a tenere nulla in mano;
mi guardano attraverso, in trasparenza;
nel nulla mi dissolvo piano piano.

E dove andrò, lo ignoro. E francamente
dovendo star da solo non importa.
Mio Bucaneve, più non conta niente:
saperti ormai serena mi conforta.

Rosario Salvatore Di Modica | Poesia pubblicata il 15/06/19 | 248 letture | 1 commenti |

 
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1 commenti degli altri autori a questa poesia:

«Che sia per un amore perduto o no, spesso la nostra esigenza di scrivere poesie nasce proprio dal fatto di sentirci quasi invisibili, sottratti allo sguardo della gente. La società moderna, tutta orientata ormai verso il denaro, il consumo, l’utilitarismo, sembra non avere occhi per persone che semplicemente amano la bellezza, l’armonia e la pace. Bisogna fare qualcosa per essere attenzionati, e talvolta ho l’impressione che si dia più risalto ai migranti irregolari, ai corrotti, ai ladri, agli assassini, ecc. che alle persone soltanto oneste e (un po’ troppo, forse) sensibili. Tali considerazioni ho fatto leggendo gli eleganti endecasillabi delle numerose quartine di questa significativa poesia.»
Antonio Terracciano (15/06/2019)

  
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